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L'Accademia

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Gli studenti cinesi in Italia

"Tutto quello che vedete qui hanno contribuito a pagarlo anche i cinesi" ci dice fieramente Giuliano Noci, il prorettore al polo cinese del Politecnico di Milano. Lo incontriamo nel modernissimo ufficio all'interno dalle vetrate trasparenti nel dipartimento di ingegneria gestionale a Bovisa.

 

"Per il Politecnico abbiamo ottenuto grandi risultati tutto sommato dando molto poco.  Proponiamo agli stranieri la stessa formazione degli studenti italiani, ma riceviamo tuition fee [tassa universitarie] più rilevanti. Per la formazione post-graduate gli studenti non europei  da noi pagano fino a 40.000 euro all'anno, sono somme importanti". Alle università italiane, infatti, accogliere studenti stranieri   conviene molto in primo luogo a livello di budget

Secondo l'ultimo rapporto Censis, il Politecnico di Milano è il secondo ateneo in Italia per internazionalizzazione e la maggioranza degli studenti internazionali è cinese. "L' internazionalizzazione è un issue [tema] fondamentale perché tutti i ranking valutano la qualità delle università anche in base all’internazionalizzazione. Non è solo un tema economico, ma anche di qualità e di competitività" spiega Noci. Così le università italiane si contendono gli studenti cinesi cercando di rendersi sempre più appetibili.  

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 Andamento numerico delle preiscrizioni degli studenti cinesi in Italia. Fonte: Uni-Italia, 2022.

Le iscrizioni di studenti cinesi in Italia sono in crescita, eccetto per gli ultimi due anni di pandemia. Siamo però ben lontani da numeri come quelli del Regno Unito, la destinazione europea più scelta dagli studenti cinesi che in cinque anni sono aumentati del 50% come riporta l'Economist.

 

Come sottolineato dal giornale britannico, in alcuni casi la crescente dipendenza dalle rette pagate dagli studenti cinesi potrebbe compromettere la libertà accademica: nel 2019 l'Università di Nottingham ha revocato l’invito a un relatore taiwanese; a Oxford, Exeter e Potsmounth due quinti dei docenti specializzati sulla Cina hanno affermato di essersi autocensurati quando insegnavano a studenti di regimi autoritari. Secondo Noci, però, questo problema non si è mai presentato al Politecnico di Milano dove la presenza di studenti cinesi o provenienti da regimi autoritari è più ridotta. 

Gli Istituti Confucio chiudono (ma non in Italia)

Gli scambi tra Italia e Cina sono anche favoriti dagli Istituti Confucio: "lI nostro compito è creare ponti" afferma la direttrice dell'Istituto Confucio dell'Università di Torino Stefania Stafutti. "La loro presenza è come un anaconda sopra l'università che silenziosamente ne minaccia la libertà accademica" risponde il sinologo Maurizio Scarpari, già professore presso la Ca' Forscari di Venezia.

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Per la prima decade della loro storia gli Istituti Confucio sono sorti senza suscitare particolare clamore, principalmente in territori di interesse strategico per la Cina. Il primo sul suolo italiano, attualmente il più longevo d'Europa dopo la chiusura di quello di Stoccolma, vide la luce nel 2005 all’interno dell'università Sapienza di Roma.  Da allora sono 12 gli Istituti fondati nel nostro paese, 13 con quello di San Marino. Considerando anche le Aule Confucio, cioè quei corsi di lingua e cultura cinese organizzati dagli Ic nelle scuole superiori o in sedi universitarie senza un Istituto, stime suggeriscono che nel 2019 gli Istituti Confucio abbiano avuto un totale di 230 mila studenti e che i loro eventi culturali abbiano visto più di 1.33 milioni di partecipanti.

"Gli Istituti Confucio e le Classi Confucio sono utilizzati dalla Cina come strumento di ingerenza [...] la libertà accademica è fortemente limitata negli Istituti Confucio"

Risoluzione del Parlamento europeo, marzo 2022

Negli ultimi anni il dibattito pubblico guarda agli Istituti Confucio con sempre maggiore sospetto, negli Stati Uniti soprattutto. Nell'agosto 2020, l'amministrazione Trump designò gli Istituti Confucio presenti sul suolo statunitense come 'missioni di propaganda straniere', obbligandoli a registrare il personale e gli immobili a loro associati con il dipartimento di Stato, come si fa con le ambasciate e i consolati stranieri.

Il dibattito poi ha preso piede anche in Europa, anche grazie a casi come quello della Vrije Universiteit di Bruxelles dove il direttore cinese dell'Istituto è stato accusato di spionaggio. Anche l'Unione Europea si è espressa a riguardo: nella risoluzione del marzo 2022 del Parlamento Europeo si legge che "gli Istituti Confucio e le Classi Confucio sono utilizzati dalla Cina come strumento
di ingerenza" e che "la libertà accademica è fortemente limitata negli Istituti Confucio".

Nel report sull'influenza cinese nelle università dell'Index on Censorship è raccolta una lista di tentativi più o meno riusciti di censura in Europa. Complici anche questi eventi, negli ultimi anni la tendenza a chiudere gli Istituti in diversi paesi europei si è intensificata.   

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Presenza degli Istituti Confucio in Europa e chiusure degli ultimi due anni (2020-2022)
Fonte: Dig Mandarin. Elaborazione delle autrici. 

 

Il dibattito in Italia

In Italia, invece, il dibattito sugli Istituti Confucio stenta ad avviarsi. L'unica occorrenza sono stati alcuni interventi di sinologi sulle pagine del Corriere della Sera, divisi tra favorevoli (la maggioranza) e contrari. Ad appiccare la miccia è stato Maurizio Scarpari, professore di  lingua cinese classica dal 1977 al 2011 presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Ricorda che all'inizio non c'era molta attenzione per la proliferazione degli Istituti Confucio, che erano considerati da alcuni docenti italiani sostanzialmente "una specie di bancomat" per i finanziamenti che portavano. 

 

In Europa, però, molti hanno cambiato idea radicalmente sull'opportunità di installare Istituti Confucio nelle università dopo l'incidente di Braga nel 2014, quando in occasione di una conferenza dell'Associazione europea di studi cinesi nella città portoghese l'allora direttore di Hanban modificò il programma della conferenza e fece rimuovere lo sponsor taiwanese, eliminando tutti i contenuti sgraditi al Partito comunista cinese.

"Certo, è un'istituzione sensibile. Può essere governata in modi diversi, ma questo modo di governarla dipende da noi. Se tu tieni la schiena dritta, nessuno ti impone nulla."

Stefania Stafutti, professoressa di lingue e letterature della Cina e dell'Asia sud-orientale e direttrice dell'Istituto Confucio dell'Università degli studi di Torino

Secondo Scarpari in Italia non sono scoppiati degli scandali come altrove in Europa, perché,  anche senza diretti tentativi di censura da parte della componente cinese degli Istituti Confucio,  l'accademia italiana preferisce evitare tematiche sensibili, autocensurandosi. Facendo sua l'immagine di Perry Link in "The Anaconda in the Chandelier", Scarpari ritiene che la censura cinese si muova come un grosso serpente che si avvolge su un lampadario dell'accademia italiana. Seppur immobile e silenziosa, non è possibile evitare di percepire la minaccia che incombe e modificare i propri comportamenti per evitare eventuali ripercussioni. 

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Il resto della sinologia italiana sembra piuttosto compatto nel difendere gli Istituti Confucio. "Non condivido le ansie di alcuni colleghi" dice Daniele Brigadoi Cologna: "Ho insegnato in tre università in cui esistono degli Istituti Confucio. In nessuna di queste tre realtà ho mai percepito la minima interferenza rispetto al modo in cui insegno e non ho mai avuto nessuna percezione nemmeno di tendenza all’autocensura. E non mi risulta che questo accada in altri contesti". 

Stefania Stafutti, direttrice di parte italiana dell'Istituto Confucio di Torino, descrive il suo lavoro come un gioco di equilibri. In costante confronto dialettico con la componente cinese, i direttori italiani hanno il compito di proporre e monitorare le attività mantenedo saldo il timone."Certo, è un'istituzione sensibile. Può essere governata in modi diversi, ma questo modo di governarla dipende da noi. Se tu tieni la schiena dritta, nessuno ti impone nulla". 

"Non bisogna dimenticarsi dei benefit e soldi che portano i Confucio. È con i soldi che si comprano il silenzio e l'appoggio alle istituzioni italiane" 

Maurizio Scarpari, ex professore di lingua cinese presso l'Università Ca' Foscari di Venezia

"All'interno degli Istituti Confucio che, come è chiaro a tutti, sono finanziati dai cinesi, non è possibile fare attività di denuncia, però si può evitare la propaganda" continua Stafutti. "Se, mettiamo, mi fosse proposto (e non è mai successo) di fare una mostra sulle bellezze dello Xinjiang non la farei". Alla direttrice torinese è capitato di bocciare delle proposte venute da parte cinese che giudicava dal sapore troppo propagandistico e non adatte al contesto dell'università italiana.

 

"Se voglio fare qualche attività di denuncia la faccio come iniziativa personale, non all'Istituto Confucio" dice Stafutti. Sia lei che la direttrice dell'Istituto Confucio dell'Università degli Studi di Milano Alessandra Lavagnino menzionano momenti in cui non hanno avuto paura di portare avanti iniziative non propriamente in linea con le direttive del Partito comunista cinese, seppur non all'interno degli Istituti Confucio. Lavagnino racconta della sua traduzione e dell’invito all'Università statale di Milano dell'autore Gao Xingjian, il primo Nobel della letteratura cinese, censurato in Cina;  Stafutti ricorda la sua lettera aperta a Xi sulle proteste delle università di Hong Kong,  consegnata alle pagine del Corriere della Sera nel 2019. 

Scarpari però non è convinto da queste argomentazioni: "Se uno si sente libero di esprimersi e riesce a farlo all'interno degli Istituti Confucio, buon per lui. Ma anche se fosse così in uno, due, tre casi o quello che è, non cambia nulla rispetto al discorso di fondo. L'anomalia rimane: se gli altri istituti non sono all'interno  dell'università perché quello cinese, espressione di un governo illiberale e repressivo, deve incardinarsi nelle università? Non bisogna dimenticarsi dei benefit e soldi che portano. È con i soldi che si comprano il silenzio e l'appoggio alle istituzioni italiane".

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I finanziamenti dei Confucio

I soldi, sì, i soldi. In Italia, dove sembra che i fondi per la ricerca e l'insegnamento non bastino mai, la questione dei fondi di Hanban e quindi del Pcc nelle università non è assolutamente secondaria. 

 

Per capire meglio di che somme si tratti, abbiamo fatto delle richieste di accesso civico generalizzato (FOIA) a tutte le università italiane che ospitano Istituti Confucio. Di un totale di 12, abbiamo ricevuto i dati relativi soltanto a 4 Istituti Confucio, quelli del Sant'Anna di Pisa, di Firenze, dell'Università Ca' Foscari di Venezia e quello dell'Università Statale di Milano. Gli Istituti di Torino e Padova sono stati organizzati come personalità giuridiche esterne e quindi non sono tenuti a rispondere alle richieste FOIA.

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Risposte delle università italiane alle nostre richieste FOIA. 

[Dopo la data di redazione di questo testo l'Università di Macerata ha concesso esclusivamente l'accesso al budget iniziale di fondazione dell'Istituto (2011-12)]

L'Università di Napoli l'Orientale ha chiesto consenso alle autorità cinesi prima di rispondere alla nostra richiesta FOIA. A due mesi dalla mancanza di risposta dalla controparte, l'Orientale ci comunica il diniego "per evitare un pregiudizio concreto alla tutela dell'interesse pubblico inerente alle relazioni internazionali con le Autorità Cinesi, in quanto la divulgazione dei dati richiesti è idonea, anche in ragione della clausola di riservatezza che vincola le parti, a ledere l'interesse pubblico al prosieguo delle relazioni con le Autorità cinesi".

In parole più semplici, l'Orientale si rifiuta di condividere le informazioni finanziarie riguardanti l'Istituto Confucio che ospita, per tutelare le relazioni che l'ateneo intrattiene con le controparti cinesi. Questa risposta mette in luce l'interconnesione finanziaria dell'università con le autorità cinesi. 

Lettera di diniego alla richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA)  riguardante i finanziamenti e l'atto di fondazione dell'Istituto Confucio dell'Università di Napoli l'Orientale.

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Finanziamenti degli Istituti Confucio ottenuti tramite richieste di accesso civico generalizzato (FOIA).

Considerando numeri come quelli indicati nel grafico per ogni Istituto in Italia, in Europa e nel mondo possiamo capire l'ampiezza dell'investimento cinese nei Confucio. Ai fondi per l'ordinaria amministrazione vanno poi aggiunti dei finanziamenti straordinari, soprattutto per le nuove sedi. Come riportato da Veronica Strina in Censimento degli Istituti Confucio d'Italia, nel 2015 e negli anni seguenti Hanban e Sapienza hanno stipulato una convenzione in cui venivano dati in usufrutto gli spazi di Palazzo Baleari nel centro storico di Roma in cambio del finanziamento dei lavori di ristrutturazione dal valore 1 milione di euro. A Macerata, per la ristrutturazione di Villa Lauri, sede dell'Istituto Confucio e del China Center, Hanban ha sborsato almeno 2 milioni di euro, dando vita a un cosiddetto "Istituto Confucio modello" comprendente biblioteche, laboratori e sale riunioni.

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Inaugurazione di Villa Lauri a Macerata, 21 luglio 2021, foto via Picchio News.

Nel verbale di una riunione riguardante il bilancio del Dipartimento di Studi sull'Asia e l'Africa Mediterranea del 2019 dell'Università Ca' Foscari troviamo che oltre ai 146.313 euro richiesti ad Hanban, l'Istituto può avvalersi di 177.179 euro determinati dai costi di personale e degli spazi e dai proventi presunti dalle attività del Confucio (come esami e corsi di lingua). 

Verbale di una riunione riguardante il bilancio del Dipartimento di Studi sull'Asia e l'Africa Mediterranea dell'Università Ca' Foscari di Venezia (2019).

Quale futuro per gli Istituti Confucio?

"Quando qualcuno pensa che ci sia chissà quale attività di spionaggio sottobanco, mi irrito. Gli ultimi due anni della pandemia sono stati particolari, ma normalmente mandiamo tantissimi studenti in Cina che imparano la lingua, si rendono conto di persona di cosa sia questo paese e non tornano certo con il lavaggio del cervello" commenta Stefania Stafutti. 

Con la sospensione dei viaggi in Cina e la proliferazione di scandali e chiusure gli Usa e in Europa, anche da parte cinese c'è chi vorrebbe fare un passo indietro con gli Istituti Confucio, rendendoli un'entità meramente finalizzata all'insegnamento della lingua e  tenendosi alla larga dalle attività di cultura potenzialmente più problematiche. Il professore dell'Università dell'Insubria Brigadoi Cologna spiega che si tratta di una riflessione in atto ormai da qualche anno: "L'idea mi pare sia quella di renderli più focalizzati sul piano della certificazione linguistica. Anche alcuni intellettuali cinesi avevano dei dubbi rispetto ai Confucio, dicevano che suonavano un po' come propaganda fatta da maestri delle elementari. Ora penso che ci sia l'idea di ritornare alla sobrietà". In ogni caso, secondo Brigadoi Cologna, quando si parla di ingerenza cinese nell'università italiana, gli Istituti Confucio non dovrebbero essere la maggior preoccupazione. 

"Avere rapporti con i cinesi ti espone a un mondo problematico perché la nostra concezione dell'organizzazione della vita pubblica e della libertà individuale è sostanzialmente diversa dallo loro" 

Stefania Stafutti, professoressa di lingue e letterature della Cina e dell'Asia sud-orientale e direttrice dell'Istituto Confucio dell'Università degli studi di Torino

"L'accademia è uno dei canali principali per spingere narrative a favore del Partito comunista cinese e sopprimerne altre" dice Mareike Ohlberg, l'autrice de La mano invisibile e ricercatrice a Berlino. "Ciò avviene in parte attraverso accordi universitari e investimenti, ma anche controllando l'accesso alla Cina. Se la tua ricerca dipende dall'accesso alla Cina, il Partito lo sa e può usarlo per influenzarti".  

Secondo quanto riportato dall'Economist, a Oxford quando scrivono di temi sensibili legati alla Cina gli studenti possono scegliere l'anonimato. In Italia per ora questa possibilità non è prevista e la tendenza all'autocensura si diffonde anche tra gli studenti. È quello che aveva scritto nel 2019 sulle pagine del Corriere della Sera, Fiorenzo Lafirenza,  professore ordinario di Lingua e Letteratura cinese dell'Università di Venezia Ca' Foscari: i suoi studenti preferivano evitare tesi su argomenti scomodi per non rischiare di vedersi negare l'ingresso in Cina. 

Secondo Brigadoi Cologna non si tratta di un problema nuovo però: "Quando si lavora con un paese come la Cina, la problematicità del soggetto è parte integrante di quello che si sta facendo. È come studiare l'Urss quando c'era l'Urss. È ovvio che devi stare attento, perché non si tratta di un paese democratico dove puoi dire quello che vuoi. Sono questioni in cui ciascuno trova la sua misura nel corso della sua carriera accademica". 

Anche Stafutti conclude con una considerazione simile. "Avere rapporti con i cinesi ti espone a un mondo problematico perché la nostra concezione dell'organizzazione della vita pubblica e della libertà individuale è sostanzialmente diversa dallo loro. Possiamo scegliere di tagliare i ponti, ma il nostro compito come accademici è quello di crearli pur preservando la nostra indipendenza". 

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Un professore italiano e il giuramento al PCC. Ivan Cardillo
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Ivan Cardillo, professore ordinario in Cina racconta della sua esperienza con i corsi di formazione  del Partito Comunista cinese  e il giuramento di fedeltà al Partito.

Legami troppo stretti 

Se c'è una cosa su cui Mareike Ohlberg e i sinologi italiani che lavorano in Istituti Confucio sono d'accordo è che questi sono solo l'elemento più visibile, e  tutto sommato meno preoccupante, di un problema più vasto: "Spesso il dibattito si incentra solo sui Confucio ma il problema in realtà è molto più esteso" dice Ohlberg. Maggior preoccupazione viene secondo l'autrice de La mano invisibile dalle università in ambito scientifico-tecnologico (STEM secondo l'acronimo inglese), quello per cui il Partito comunista cinese ha maggiore interesse. 

 

"In Italia abbiamo un denso network di collaborazioni con aziende e università cinesi che portano a pubblicazioni congiunte, scambi di talenti, partenariati di ricerca, sviluppo in ambito accademico e commerciale e investimenti in start-up in svariati settori ad alta intensità tecnologica. Ma queste attività non sono debitamente monitorate" spiega Rebecca Arcesati, ricercatrice del think tank tedesco Merics. 

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1

Sicurezza
nazionale

2

Utilizzo non etico

3

Sicurezza economica

Diverse tecnologie avanzate (intelligenza artificiale, biotecnologie, tecnologie quantistiche eccetera) trovano applicazione sia in ambito civile
che in quello militare, e per questo
si definiscono 'a duplice uso'. Il loro trasferimento a paesi terzi
è disciplinato da un regolamento europeo, aggiornato a giugno 2021. In Cina però il confine tra ricerca civile e militare è sempre più labile
e spesso è difficile distinguere quali attori operano anche nel settore dell'industria militare e della difesa. Se non opportunamente monitorate, le collaborazioni in questi settori sensibili rischiano inavvertitamente di contribuire alle crescenti capacità militari cinesi. 

Alcune tecnologie possono essere usate per scopi di repressione
e sorveglianza pubblica da parte di paesi autoritari. Con la Cina questo rischio va particolarmente soppesato, visto l'uso massiccio che Pechino
fa degli strumenti digitali nei suoi programmi di sorveglianza, come
ad esempio nei casi ben documentati di violazioni dei diritti umani delle minoranze nello Xinjiang. Se non opportunamente monitorate,
le collaborazioni con attori cinesi coinvolti nello sviluppo di tecnologie per la sorveglianza, rischiano inavvertitamente di contribuire
alle violazioni di diritti umani che Pechino porta avanti. 

Le collaborazioni in settori ad alta intensità tecnologica (settore navale e delle tecnologie marine, delle telecomunicazioni, della robotica, dei veicoli a propulsione alternativa, eccetera) in cui la Cina punta
alla leadership globale schiacciando
i concorrenti delle economie avanzate, pongono il problema
di come proteggere il know-how
a cui la Cina cerca di avere accesso per potenziare le sue capacità
di innovazione. 

"A differenza degli investimenti diretti esteri e delle esportazioni di tecnologie sensibili che vengono controllati rispettivamente dal Golden power e dai controlli all'export, per le collaborazioni di ricerca non c'è un monitoraggio altrettanto attento, in particolare in ambito universitario" continua Arcesati. "La mia impressione è che il governo non abbia pienamente accesso alle informazioni riguardo i legami tra il nostro ecosistema dell'innovazione e quello cinese. Ma non è un problema limitato all'Italia" conclude la ricercatrice. 

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Giuliano Noci parla dei rapporti politici tra Italia e Cina e della loro influenza sull'internazionalizzazione del Politecnico di Milano. 

Attualmente non c'è un obbligo per le autorità di monitorare attivamente i partenariati tra le università italiane e attori vicini a regimi autoritari, come quello cinese. Sono gli atenei che hanno il compito di dare notizia del contenuto delle collaborazioni  con attori esteri soggetti al controllo delle esportazioni, come nel caso delle tecnologie a duplice uso, spiega Arcesati: "Se le università non hanno questa iniziativa, molte collaborazioni possono rimanere sostanzialmente nel buio. Questa mancanza di trasparenza è il problema fondamentale."

Anche i casi regolamentati presentano comunque delle lacune: "Molta ricerca di base non è coperta dai controlli delle esportazioni. Eppure anche in questo caso potrebbero verificarsi dei trasferimenti di competenze contrari all'interesse nazionale" aggiunge la ricercatrice di Merics. 

"Certo che c'è uno screening. Tutto quello che riguarda la Cina passa da me. Tutto quello che vedo io informo la presidenza del Consiglio" afferma Giuliano Noci, prorettore alle relazioni con la Cina del Politecnico di Milano  e direttore del polo Cina, alle nostre domande su quali siano le procedure di monitoraggio e controllo sugli accordi con paesi autoritari. "Qui state parlando con la più importante università tecnica del paese e con una persona che ha lavorato per il ministero dell'Interno. Da questo punto di vista vorrei fugarvi qualsiasi dubbio: il Politecnico di Milano è pienamente raccordato con gli apparati di sicurezza italiani, vorrei che non mi faceste più domande su questo." 

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Giuliano Noci spiega il tema della sicurezza nazionale nei rapporti del Politecnico di Milano con la Cina.

Le problematicità riguardano università militari, che collaborano con l'Esercito popolare di liberazione, ma anche università civili, cioè non direttamente affiliate all'Esercito popolare di liberazione, dato il loro ruolo nella creazione di tecnologie impiegate in operazioni di sorveglianza, militari o violazioni di diritti umani.

Nel China Defense Universities Tracker, il ricercatore australiano Alex Joske classifica le università cinesi in base al potenziale rischio delle collaborazioni con loro per la sicurezza militare e economica. In particolare, Joske menziona i 'Seven Sons of National Defence'  (国防七子, i sette figli della difesa nazionale), un gruppo di università subordinate al ministero dell'Industria e della Tecnologia dell'Informazione che supervisiona l'industria della difesa cinese. Oltre a queste 7 università, nel database il ricercatore australiano ha inserito altre 85 università e centri di ricerca cinesi "a rischio altissimo", tra cui istituzioni dell'Esercito popolare di liberazione, istituzioni di sicurezza e intelligence, università civili e i principali conglomerati dell'industria della difesa cinese.  

"Ovviamente bisogna ricordare che non tutte le collaborazioni con università del genere costituiscono necessariamente un rischio. È importante andare a vedere di cosa si tratta nello specifico e su quale tecnologie si focalizzano questi partenariati" ricorda Arcesati. Secondo la ricercatrice di Merics "documentare l'esistenza di queste collaborazioni è un primo passo necessario per promuovere maggiore trasparenza, così come analizzare rischi e opportunità che accompagnano la collaborazione scientifica e tecnologica con un paese complesso come la Cina". 

Nel giugno 2022 basandosi su fonti accessibili pubblicamente e sul lavoro di Joske, i membri del Central European Institute of Asian Studies (Ceias), un think-tank indipendente basato in Slovacchia, Repubblica Ceca e Austria hanno mappato gli accordi accademici a rischio di 11 paesi europei, in cui però non è compresa l'Italia. 

Consultando i dati della pagina degli accordi internazionali, in collaborazione con ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca, ministero degli Affari Esteri e CRUI e Cineca, contiamo 37 accordi accademici in diverse università italiane con i 7 Sons of National Defence. A cui si aggiungono 37 accordi con università classificate da Joske ad altissimo rischio, per un totale di 74 accordi con università potenzialmente a rischio. Non risultano però accordi con università militari cinesi. 


Ma non sono solo le università a essere possibili fonti di rischio. Anche aziende private in settori strategici quali Hauwei e ZTE sono capillarmente installate nelle università italiane. In Italia, come afferma Erica Banti, head of corporate communications di Huawei Italia, a settembre 2021 Huawei aveva 20 collaborazioni attive con università italiane e 5 Joint Lab. Le abbiamo raccolte, insieme alle collaborazioni con ZTE, altro colosso delle telecomunicazioni cinese, in un file Excel in continuo aggiornamento. Conosci altre partnership d Huawei o ZTE con Università italiane? Contribuisci ad aggiornare il file!

"Nel nostro paese il tema delle collaborazioni di ricerca con attori cinesi non riceve ancora sufficiente attenzione, ma in altre parti d'Europa il dibattito sta prendendo piede"

Rebecca Arcesati, ricercatrice del think tank tedesco Merics

Alcuni di questi però sono altamente problematici. Arcesati menziona ad esempio quella con il Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna sulla 'smart' e 'safe city': "Huawei ha legami noti e ben documentati con il ministero della Sicurezza Pubblica cinese – l'autorità che gestisce la sicurezza interna e del Partito comunista cinese" spiega Arcesati. "Le tecnologie di Huawei sono utilizzate nei programmi di polizia e sorveglianza legati a massicce violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. L'azienda ha anche sviluppato sistemi di riconoscimento facciale in grado di identificare e monitorare con maggiore accuratezza specifiche minoranze etniche"  precisa. 


Anche al Politecnico di Milano, Huawei ha istituito un Joint Lab sul tema della comunicazione wireless e sponsorizza borse di studio. "Ringraziamo Huawei che è un partner da molti anni e con cui lavoriamo bene. Sviluppiamo tecnologia che fa in parte riferimento al sistema 5G ma riteniamo che sia assolutamente coerente con la nostra idea di una scienza che costruisce ponti." Commenta Noci : "Se ci fossero anche altre aziende tipo Nokia ad investire da noi, ovviamente accetteremmo, ma come mai non vengono?"   
 

"Molti ricercatori delle discipline scientifico-tecnologiche mancano di consapevolezza" afferma Mareike Ohlberg. "Guardano con entusiasmo alle collaborazioni con la Cina e si dicono, ma cosa mi importa se poi ne beneficia l'Esercito di liberazione cinese? Sto esagerando, ma per alcuni è veramente così." Altri invece, come Noci, sostengono che in qualche modo la collaborazione in ambito tecnico-scientifico con la Cina possa contribuire a un processo di democratizzazione del paese. 

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 Noci sottolinea l'importanza di avere rapporti con la Cina, anche in relazione alle violazioni dei diritti umani presenti nel paese.

"Nel nostro paese il tema delle collaborazioni di ricerca con attori cinesi non riceve ancora sufficiente attenzione, ma in altre parti d'Europa il dibattito sta prendendo piede" commenta Rebecca Arcesati, riferendosi anche ad una recente inchiesta di un consorzio di media europei tra cui IRPI Media da parte italiana. 


La ricercatrice di Merics ritiene che si potrebbe estendere lo strumento del Golden power  anche ai controlli su partenariati e collaborazioni universitarie nella ricerca e nell'innovazione. Inoltre, la Commissione europea e alcuni paesi europei come Germania, Finlandia, Regno Unito e Paesi Bassi hanno pubblicato delle linee guida per quegli enti di ricerca, incluse le università, che collaborano con attori a rischio. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di richiedere che le università notifichino attivamente eventuali finanziamenti alla ricerca e i partenariati con enti collegati a paesi con un profilo di rischio elevato, come la Cina. 

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